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![]() Quale "tipo" di yoga? Prāṇa vidyā: uno stile meditativo per praticare lo haṭha yoga Chi ha già
una certa conoscenza nello yoga ci chiede informazioni su “quale tipo di
yoga” venga offerto a Sole e Luna. Si risponde “lo
yoga classico, come tramandatoci dai Maestri Himalayani” e si invita a
farne esperienza diretta. In realtà la risposta a questa “legittima” domanda è
più complessa e, in questa sede, si coglie l’opportunità di esporre una premessa
necessaria.
Premessa In Occidente la parola yoga viene spesso usata erroneamente col significato di ginnastica dolce, un po’ alternativa, che include tecniche di respirazione e di concentrazione. Lo yoga è invece una vera e propria scienza, di origine antichissima indiana, che riesce, ancora oggi e in tutto il mondo, a dare risposte a molti interrogativi sulle principali problematiche esistenziali dell’uomo. È un viaggio nella conoscenza di sé, in cui il ricercatore procede interiormente. Nella lingua dotta antica indiana, il sanscrito, la parola yoga (dal verbo yuj congiungere), significa unire, tenere insieme, superare ogni dualità, essere uno, non solo corpo-mente-spirito, ma parte dell’intero universo, microcosmo nel macrocosmo, come una cellula che rappresenta il tutto, essere uno con l’altro, indiviso (individuo cioè non-diviso) ed infine essere uno con il divino, non ha importanza quale nome gli si voglia attribuire. Lo yoga classico, raja yoga, il “sentiero regale”, tramandato dal saggio Patañjali circa due secoli a. C. (la data non è certa), è un sistema globale: qui filosofia, psicologia, pratica devozionale e fisica, sono inseparabili. Il saggio indiano ha codificato per la prima volta i principi fondamentali dello yoga, un tempo divulgati oralmente, in un trattato in forma scritta, Yoga Sūtra, da molti considerato il miglior manuale di spiritualità di ogni tempo. Nel secondo sūtra del primo capitolo lo yoga è definito “la cessazione delle oscillazioni mentali”, cioè l’abilità nel gestire e coordinare le attività della propria mente, dette anche “onde pensiero” per come si manifestano. Per poter realizzare ciò Patañjali indica otto strumenti, alla portata di tutti, che facilitano l’ascesa verso l’evoluzione spirituale della persona; otto “gradini” di una scala che procede in senso ascendente. Tale sistema viene anche chiamato aṣṭāṅga yoga, che significa lo yoga delle “otto membra”, come parti di un unico corpo, ognuna inseparabile dalle altre. Si inizia con il suggerire un comportamento etico nei rapporti con la società e si prosegue con un percorso rivolto sempre di più all’introspezione. Preceduti dal termine sanscrito, gli otto gradini sono i seguenti: 1) yama: autocontrollo, 2) niyama: osservanze, 3) āsana: posizioni corporee, 4) prāṇāyāma: consapevolezza del respiro, soffio vitale, 5) pratyāhāra: ritiro dei sensi, 6) dhāraṇā: concentrazione, 7) dhyāna: meditazione, 8) samādhi: il più elevato stato di coscienza in cui sono cessate le fluttuazioni della mente, ogni dualità è superata, si può realizzare la completa unità, la vera gioia. Lo haṭha yoga è l'aspetto più fisico dello yoga, basato su un complesso di esercizi corporei, che comprende in particolare il terzo e quarto gradino. Ma senza il presupposto dei primi due mancherebbe di fondamenta, per cui applicare i principi etici è considerato indispensabile anche per una pratica fisica. In realtà, al fine di raggiungere la realizzazione del Sé, non esiste alcuna separazione fra haṭha yoga e raja yoga. La parola haṭha indica l’armonia, la connessione fra gli opposti e complementari: ha (significa sole/attività ecc.) e tha (luna/rilassamento ecc.) coesistono sia in natura che nell’essere umano e si alternano nel ritmo della vita. Il corpo è considerato un “tempio dell’anima”, anima intesa come il Sé, lo Spirito, la pura Coscienza (in sanscrito ātman). Patañjali non ha descritto nei dettagli le posture corporee, āsana, ma i divulgatori dello haṭha yoga nei secoli successivi hanno sviluppato gli aspetti più fisici. Il praticante dovrebbe comprendere l’āsana nel suo insieme, corpo-mente-respiro, sperimentarlo prima mentalmente, poi muoversi secondo ciò che la mente ha già contemplato: è la mente infatti che guida il corpo. Lo haṭha yoga secondo la Tradizione Himalayana La parola sanscrita haṭha significa anche “sforzo”, nel senso letterale di vigore, impegno. A questo proposito facciamo una considerazione interessante: se muovendoci in una certa direzione per entrare in una postura, solleviamo ad esempio le braccia e le mani con la piena consapevolezza nel fluire del movimento, nel ritmo del respiro, nel modificarsi dell’energia vitale e rimanendo in sintonia con tutto ciò, si può dire veramente di eseguire una posizione yogica, un āsana. In assenza di un simile atteggiamento meditativo siamo di fronte a un semplice movimento corporeo. Nella Tradizione Himalayana, rispetto ad altri stili di haṭha yoga, gli āsana e le pratiche del corpo sottile vengono eseguite in un particolare stile denominato prāṇa vidyā (letteralmente consapevolezza dell’energia vitale), in cui viene sperimentato un antico insegnamento che dà minore enfasi alla postura e pone invece una speciale attenzione soprattutto a ciò che accade interiormente e al modo di esprimersi dell’energia nel proprio corpo pranico. Questo speciale principio utilizza un processo di graduale “rilassamento dello sforzo” (prayatna śaithilya: Yoga Sūtra II, 47) nelle parti passive del corpo e un sistema di percezione del prāṇa nelle zone di tensione muscolare. Una profonda consapevolezza del respiro e una intensa concentrazione mentale sono indispensabili affinché il fluire dell’attenzione del praticante permetta di comprendere meglio la relazione tra mente e corpo, per ritrovare una perfetta unità interiore. Ci si muove nella consapevolezza, gradualmente, gentilmente, dal corpo fisico al corpo pranico e successivamente a quello meditativo. Si svela così una nuova e profonda conoscenza di sé, una vera e propria purificazione e una rigenerata vitalità. Niente avviene attraverso lo sforzo, niente è da modificare. Ciò che è più importante è sviluppare un’attitudine all’ascolto di ciò che sta accadendo qui e ora. È così che attraverso semplici movimenti del corpo si arriva a praticare anche āsana più complessi e impegnativi, ma soprattutto si impara la capacità di essere presenti con piena coscienza in ogni momento della vita. I problemi del principiante possono derivare da instabilità fisica causata da tensione, agitazione, scoraggiamento. Con una pratica regolare si impara a mantenersi più a lungo immobili e centrati nella posizione, fino a che il corpo e la mente si sentiranno più a loro agio. Una fase di preparazione è indispensabile: un rilassamento completo e consapevole, un respiro profondo e naturale, che darà luogo a un battito cardiaco regolare, tipico della condizione di riposo e una viva presenza mentale. Anche le fasi più dinamiche per entrare ed uscire dalle posture vengono compiute consapevolmente, in modo graduale, uniforme, senza fretta, senza scatti e soprattutto senza sforzo. Si conclude in posizione seduta, in uno stato di calma acquisita e di profondo silenzio. Tutto questo gradualmente rende la pratica yogica omnicomprensiva, una vera “pratica integrata”. In sintesi ecco i sei passi per effettuare gli āsana in modo meditativo
mdm
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